E’ sorprendente come sia sfuggita alla totalità dei media la celebrazione della Giornata Europea della Protezione dei Dati personali promossa dal Consiglio Europeo il 27 gennaio anche con l’ausilio di un efficace video (qui sotto) riprodotto in tutte le lingue dell’Unione.
Il rapido intensificarsi dei flussi d’informazione mette a dura prova il diritto alla riservatezza dei dati personali. Al lavoro, nei rapporti con le autorità pubbliche, acquistando merci o servizi, viaggiando o navigando su internet, ogni giorno i cittadini hanno a che fare con la protezione dei dati personali.
Nella giornata del 27 gennaio il Consiglio d’Europa e la Commissione europea hanno unito le forze per promuovere il diritto fondamentale alla privacy. Le norme di protezione dei dati dell’Unione europea hanno ormai più di 15 anni; per quanto abbiano retto bene al tempo, è ora che siano modernizzate in modo da corrispondere al nuovo contesto tecnologico.
La Commissione europea ha proposto alcuni giorni fa la modifica della direttiva, puntando ad una maggiore sicurezza nel trattamento dei dati. Uno dei punti innnovativi della “Direttiva Protezione dei dati personali” è il “diritto all’oblio”, ovvero alla possibilità per un utente di Internet di veder rimuovere in forma permanente dalla Rete contenuti o “tracce” che lo riguardano. Facile capire di chi si parla: Social platform o clouding (ovvero lo stoccaggio di dati, foto video su servers lontani e non controllabili direttamente dall’utente) non permettono l’eliminazione dei nostri dati in forma definitiva. Li congelano semplicemente. Ma i dati restano in circolo, alla mercè di pirati informatici e buchi del sistema.
Pur essendo un argomento che riguarda la totalità dell’opinione pubblica, l’argomento è passato completamente sotto silenzio. Una breve ricerca su Google ha restituito solo cinque notizie. Come mai?
Forse non serviva una nuova ricerca, ma così il fenomeno viene confermato una volta in più: twitter produce un maggiore ‘viavai’ di comunicati stampa rispetto a quello che realizza facebook. Gli ultimi a confermarlo sono PRNewswire insieme a Crowd Factory nella loro analisi.
Twitter pare essere sempre più utilizzata dai giornalisti come fonte.
La conseguenza logica è che, nella programmazione di diffusione di un nuovo comunicato stampa si debba tenere in considerazione di diffonderlo anche grazie a esso.
Come renderlo twitter-friendly? Si inizia dal titolo che, come i bravi addetti stampa sanno, è elemento fondamentale per suscitare attenzione. Come ogni titolo che si rispetti deve spiegare di cosa tratta il testo e includere le informazioni di base.
I comunicati più postati e letti sono quelli che rimangono entro i 120 caratteri, perché più facili da re- tweetare. Bisogna lasciare lo spazio per chi rilancia il comunicato di dire la sua…
Cosa interessa e attira giornalisti e non solo? I dati e i fatti concreti, quindi vanno inseriti, tutte le volte che è possibile, all’interno del tweet. Vanno usati gli hashtag, solo in questa maniera si può essere ’trovati’ su twitter.
Poi, nei 140 caratteri vanno inseriti, se disponibili, immagini e video. Inutile dirlo aggiungono valore al comunicato. Se inserite una citazione aggiungete il nome della persona o del brand che l’ha fatta, così sarà più facile tweetare nuovamente il contenuto.
Twitter come tramite per la diffusione dei comunicati stampa sta crescendo, va tenuto presente come una delle strade percorribili per la pubblicazione e diffusione di una notizia.
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